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Questo articolo approfondisce il tema del disaster recovery e della business continuity e il loro ruolo nella continuità operativa e nella conformità NIS2.

Il Disaster Recovery (DR) non è più un “nice to have”: rappresenta la base della continuità operativa. In un contesto in cui la direttiva NIS2 richiede piani e procedure documentati, test regolari e capacità di ripristino misurabili, progettare un modello di DR solido diventa determinante per evitare interruzioni prolungate e ridurre l’impatto su processi, reputazione e compliance. In questa guida approfondiamo la relazione tra Business Continuity e Disaster Recovery, la costruzione di un DR Plan basato su RPO/RTO, replica off-site e test periodici,  la scelta di un modello DRaaS rispetto a soluzioni on-premise e il percorso di allineamento alla NIS2. Il tutto accompagnato da un caso reale implementato con QUIDR, il nostro servizio gestito di disaster recovery.

Cos’è il Disaster Recovery e perché oggi si parte dalla Business Continuity

La crescente complessità dei sistemi digitali, delle supply chain e delle dipendenze applicative ha reso la continuità operativa un requisito strategico, non più opzionale. Oggi un’interruzione – che derivi da un guasto hardware, un ransomware, un errore umano o un disastro fisico – può generare impatti immediati su produzione, vendite, logistica, SLA e reputazione. Come osserva anche il nostro Senior System Architect, il punto di partenza non è il Disaster Recovery, ma la Business Continuity.

“Più che di disaster recovery, parliamo di business continuity: un insieme di pratiche, procedure e tecnologie che permettono all’azienda di continuare a lavorare anche in caso di errore, attacco o disastro”.

La Business Continuity (BC) definisce l’organizzazione dei processi essenziali, mentre il Disaster Recovery (DR) rappresenta la capacità tecnica di ripristinarli. In quest’ottica BC e DR non sono due piani separati: sono due livelli di uno stesso modello di resilienza.

Sempre più organizzazioni comprendono che disporre di backup non equivale a garantire continuità operativa. Per ripartire davvero servono processi, strumenti, governance e capacità di esecuzione: elementi che rendono BC e DR parte della stessa strategia.

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Cos’è il Disaster Recovery: una definizione chiara e aggiornata

Negli ultimi anni il concetto di Disaster Recovery (DR) ha cambiato forma e significato. Non è più soltanto l’insieme di tecniche per ripristinare dei server, ma un modello strutturato di continuità operativa che permette all’azienda di tornare a funzionare dopo un evento critico. Il DR è il processo con cui un’organizzazione ripristina dati, applicazioni e servizi essenziali garantendo tempi certi di ripartenza e salvaguardando la qualità del business.

Un moderno approccio al DR tiene conto non solo della tecnologia, ma anche della governance, delle dipendenze tra sistemi, della priorità dei servizi, dei flussi decisionali e delle procedure operative. Ogni ripristino deve essere misurabile, ripetibile e documentabile: solo così può diventare parte di un modello di resilienza reale e non teorico.

Questo spiega perché, nella prospettiva delle normative come la NIS2, il Disaster Recovery non è più un’iniziativa isolata dell’IT, ma uno dei pilastri della continuità operativa di tutta l’organizzazione.

Perché oggi il Disaster Recovery non basta più
Negli ultimi anni il DR ha smesso di essere un’attività tecnica “di nicchia” e si è trasformato in una componente strutturale della resilienza aziendale. La crescente dipendenza dai sistemi digitali, dalle integrazioni con SaaS terzi, dalle filiere internazionali e dalle normative europee impone alle aziende di considerare il DR non come una risposta all’emergenza, ma come uno dei cardini della continuità operativa. La vera differenza sta nella capacità di anticipare i problemi, prevenire gli impatti e garantire tempi certi di ripartenza, anche quando l’imprevisto supera la tecnologia.

“È proprio mettendo insieme la visione strategica della Business Continuity e la capacità operativa del Disaster Recovery che si crea un modello davvero resiliente: ed è qui che nasce la distinzione tra i due approcci”.

Business Continuity e Disaster Recovery: cosa cambia (davvero)

La distinzione tra BC e DR, per quanto apparentemente sottile, è decisiva nella pratica. La Business Continuity definisce come garantire i processi essenziali dell’azienda durante un’interruzione: dalle comunicazioni interne, ai flussi tra reparti, fino agli scenari di crisi e alle priorità operative. Il Disaster Recovery invece definisce come ripristinare l’infrastruttura informatica in tempi certi.

“La Business Continuity è l’ombrello, il Disaster Recovery è la componente tecnologica avanzata che permette di ripartire con tempi garantiti”.

Il rapporto tra queste due aree è ancora più rilevante oggi. Normative come la NIS2 richiedono alle organizzazioni di dimostrare non solo l’esistenza di processi formali, ma la
capacità concreta di prevenire incidenti, rilevarli tempestivamente e ripristinare i servizi critici in modo documentato e verificabile.
In altre parole: un piano DR senza un contesto di BC è un esercizio teorico; una BC senza DR non regge alla realtà operativa.

Come si costruisce davvero un modello di continuità: dai backup al Disaster Recovery

Una delle parti più interessanti dell’intervista al nostro Architect è il modo estremamente chiaro con cui distingue i livelli di maturità della continuità operativa: dalla copia del dato alla replica orchestrata, fino al ripristino con tempi definiti.
Il primo livello è costituito dal backup: può essere locale o off site, con frequenze diverse, e rappresenta il requisito minimo per garantire l’integrità del dato. Tuttavia, come evidenzia:

“Il backup permette di recuperare il dato, non di rimettere in piedi l’operatività. È un livello base della business continuity.

La NIS2 richiede inoltre che i backup off site siano sufficientemente distanti dal sito produttivo. Ma, anche con backup frequenti, resta un limite: il tempo necessario a ricostruire un servizio IT da zero.
Per le aziende che hanno processi non interrompibili – come la produzione alimentare, il banking, l’e commerce continuo, le filiere globali – serve uno strato superiore: il Disaster Recovery.
Il DR introduce due concetti che definiscono la qualità del ripristino:

RPO (Recovery Point Objective), cioè quanto è aggiornato il dato al momento della ripartenza

RTO (Recovery Time Objective), cioè quanto tempo serve a rimettere online il servizio

L’Architect lo spiega bene:

“RPO e RTO sono i due numeri che determinano quanti dati sei disposto a perdere e quanto downtime puoi sostenere”.

Per ottenere RPO bassi e RTO stretti, non bastano le copie: servono repliche, un sito secondario, dei runbook, una procedura di failover e soprattutto test periodici.

“Un piano DR va testato una o due volte l’anno: senza test rimane un documento”.

Questo è il vero salto di qualità: un modello di continuità operativo, non teorico.

Come nasce un DR Plan: più di un documento tecnico

Molte aziende scoprono troppo tardi che il loro DR Plan non è realmente operativo. Esistono documenti ben formattati che non corrispondono a capacità concrete di ripristino. Un DR Plan efficace nasce da un lavoro di mappatura delle dipendenze: quali servizi sono critici? quali applicazioni li alimentano? quali sistemi devono attivarsi in ordine? quali dati non possono essere persi?
Un altro elemento decisivo è la Business Impact Analysis, che permette di collegare i processi aziendali ai sistemi informatici e di definire le priorità di ripristino non solo in base alla tecnologia, ma al valore del servizio che essa abilita. È da qui che si definiscono i livelli di servizio di RPO e RTO.
Infine, un DR Plan deve essere aggiornato, testato e raffinato nel tempo: la tecnologia cambia, i processi evolvono, le minacce aumentano. Senza un ciclo di validazione costante, un piano perde efficacia e l’azienda perde tempo prezioso nel momento in cui deve davvero ripartire.

“Garantire un ripristino affidabile non significa solo avere una procedura, ma avere la capacità concreta di eseguirla. Ed è in questo passaggio – dall’intenzione alla messa in pratica – che molte aziende scelgono di affidarsi a un modello gestito.”

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Gli errori più comuni che rendono un DR Plan inutile

Uno degli ostacoli più diffusi è credere che un DR sia “fatto” solo perché esiste un documento. In realtà, molti piani non considerano le reali dipendenze tra applicazioni, non includono i servizi SaaS integrati nella filiera, non mappano correttamente gli utenti coinvolti nel ripristino e non prevedono un owner operativo. L’altro errore ricorrente è legare il DR esclusivamente ai backup, senza considerare l’orchestrazione del failover e la disponibilità del personale nei momenti critici.
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Un esempio concreto

Basta pensare a un e‑commerce che perde per due ore il sistema ordini o a una manifatturiera che resta senza ERP per una mattina: l’impatto non è solo tecnico, ma immediatamente economico. È in questi scenari che un DR Plan testato e ripetibile fa la differenza tra un disservizio gestibile e un blocco operativo con ripercussioni sul business.
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Il ruolo della NIS2 nella maturità del DR

La NIS2 ha trasformato il DR da “best practice IT” a requisito di governance: un piano non basta più, se non è testato, aggiornato, documentato e collegato alla Business Continuity. E questo ha un impatto diretto sulle decisioni strategiche del CIO.
USE CASE

Disaster Recovery NIS2: replica e ripristino per la manifattura alimentare

DRaaS, cloud o on prem? Quando scegliere un servizio gestito

Molte realtà provano a implementare internamente un modello di DR, ma la complessità è tale da rendere poco sostenibile un approccio completamente in house.

“Per molti clienti il fai da te non è sostenibile: competenze, turnazioni, strumenti diversi e dipendenze dalla supply chain rendono difficile garantire un RTO di due o quattro ore.”

È in questi contesti che il Disaster Recovery as a Service (DRaaS) diventa un’opzione concreta: tempi garantiti, processi collaudati, responsabilità chiare, replica e failover gestiti da un partner dedicato.
Ci sono alcuni segnali ricorrenti che indicano quando un servizio gestito diventa la scelta migliore: richieste di clienti multinazionali, audit di filiera più stringenti, processi produttivi continui, risorse IT limitate, o semplicemente l’obbligo di adeguarsi alla NIS2.

Un altro elemento fondamentale è il controllo dell’infrastruttura:

“Le repliche non le consegniamo a terzi: vengono gestite nei nostri data center italiani con team certificati.”

Per molte aziende questo è un fattore decisivo di sicurezza, compliance e governance del dato.

La crescente complessità dei sistemi e le richieste delle normative rendono sempre più difficile mantenere internamente un modello di DR pienamente operativo. È proprio in questo contesto che i servizi DRaaS assumono un ruolo strategico: non solo garantiscono tempi di ripristino certi, ma portano con sé procedure, evidenze e test che rappresentano la base della compliance NIS2.

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NIS2: cosa significa davvero per BC/DR

La NIS2 rappresenta un cambio di paradigma.
Non richiede solo che l’azienda abbia backup, replica o un piano formalizzato: richiede che questi elementi siano testati, documentati, governati, aggiornati e integrati in un framework più ampio di gestione del rischio.

“Serve audit, gap analysis, business impact analysis, definizione di RPO e RTO, replica off site e test periodici. Il mercato è in ritardo.”

Questo significa che BC e DR passano da essere “scelte tecniche” a diventare requisiti organizzativi.
La continuità operativa non può più essere improvvisata, deve essere progettata, documentata e resa verificabile.

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Disaster Recovery per due realtà diverse: un'unica continuità operativa

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“La domanda che ogni CIO dovrebbe porsi non è se si verificherà un incidente, ma quanto tempo servirà per ripartire. La resilienza non è più un’opzione tecnica: è un valore di business”.

FAQ

Come funziona un DR?

Replica off site, runbook, orchestrazione failover/fallback e test periodici.

Cosa sono RPO e RTO?

I due indicatori che definiscono quanto downtime e perdita dati un’azienda può sostenere.

Ogni quanto va testato un DR?

Almeno una o due volte l’anno, con evidenze verificabili.

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Mattia Anversa

Autore Mattia Anversa

Sono System Engineer in Intesys Networking specializzato in ambito Microsoft e infrastrutture virtuali VMware. Supporto i Clienti ad approcciare le tematiche di sicurezza e li seguo nelle fasi di prevendita e startup di nuovi progetti.

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